Lavinia: «Con "Carezza" racconto la vera empatia, quella che non ha bisogno di parole»


Esistono artisti per cui la musica non è solo un mestiere, ma un vero e proprio traduttore simultaneo della realtà. È il caso di Lavinia, musicista polistrumentista e attrice piemontese che unisce una rigorosa formazione pianistica in Conservatorio a una spiccata anima pop, cantautorale e teatrale. Per lei l'arte non è una semplice distrazione dal quotidiano, ma uno strumento prezioso per risvegliare quelle sensazioni sottili che la fretta di tutti i giorni tende a mettere in secondo piano.

Oggi la cantautrice torna a toccare le corde più intime del pubblico con il suo nuovo singolo, “Carezza”. Il brano possiede una genesi straordinaria e purissima: nasce infatti tra le mura di una classe, da un'improvvisazione ritmica di un suo allievo adolescente non vedente, per poi trasformarsi in un inno alla comunicazione silenziosa e all'affetto autentico. Accompagnato da un videoclip altamente simbolico, in cui una giornata plumbea si apre alla moltitudine dei colori, il pezzo mette a nudo una voce capace di fondere determinazione e dolcezza. Abbiamo fatto una chiacchierata con Lavinia su Fatti Musicali per esplorare il suo background, la magia di questa release e i suoi futuri progetti tra canzoni e cabaret teatrale.

Ciao Lavinia, grazie di essere qui con noi. Parlaci di te e di come è nata la tua passione per la musica? Come si conciliano la tua rigorosa formazione classica e la tua anima pop e teatrale?
Dicono che, a due anni di età, riuscissi a cantare perfettamente intonati i canti popolari che mio nonno materno, stonatissimo, mi insegnava. Sembrava avessi una specie di traduttore simultaneo dei suoni! Amavo cantare, sin da bambina. Una piccola tastierina a batterie attirava la mia attenzione a lungo, provavo a riprodurre musiche che conoscevo, cantate o meno.
Vivevo con la mia famiglia a Torino, poi ci siamo trasferiti in un piccolo paese in provincia di Biella, Cavaglià, dove abito tuttora. La necessità di sfogare la mia creatività anche attraverso la musica si è tradotta nell’inizio dello studio pianistico, un’attività preziosa in un ambiente culturale meno vario rispetto ad una grande città. A Torino sono poi ritornata per studiare in Conservatorio.
Ogni genere musicale ha caratteristiche diverse per esprimere il messaggio emotivo. Amo molto la musica classica, che ha costituito la mia formazione di musicista, e che eseguo tuttora. Però i secoli sono passati ed ogni genere musicale esprime messaggi ed emozioni. Oltre al mondo cantautorale, quello del pop melodico è il genere nel quale mi trovo più a mio agio. Un genere che, in effetti, lascia molto spazio alla varietà di stili di espressione musicale.

Per te comunicare attraverso l'arte significa far emergere quelle emozioni che la vita quotidiana lascia in secondo piano. In generale, qual è il messaggio profondo che vuoi lanciare con la tua musica?
L’arte, la musica in particolare, è emozione. La vita quotidiana mette da parte l’ascolto delle sensazioni più sottili, quelle che non corrispondono a reazioni immediate, ma che lasciano il segno anche silenziosamente. Spesso la musica, di qualsiasi genere, viene associata solo a momento di svago, distrazione dal quotidiano. Invece non dovrebbe solo distrarre e divertire, ma anche aiutare a percepire emozioni che riguardano il rapporto con noi stessi, con chi ci sta intorno, l’ascolto interiore in generale. I due aspetti devono essere bilanciati.
Perciò il messaggio è questo: lasciate che la musica vi parli toccando tutte le corde delle vostre emozioni. Anche quelle che ogni tanto dimenticate, quelle che vi fanno paura, quelle che vi fanno quasi impazzire di felicità o quelle che vi trasportano in luoghi inesplorati di voi. Si vive attraverso le emozioni, la musica può insegnare a vivere in questo senso.

Il tuo background spazia dal pop alla musica classica e tradizionale. Quali musicisti e compositori hanno ispirato il tuo stile interpretativo e la tua natura di polistrumentista?
Un tempo era scontato che un buon artista sapesse suonare uno strumento, cantare, recitare, dipingere. Era un’educazione completa. Basta pensare a Leonardo Da Vinci. Un genio sì, ma frutto di una realtà che formava artisti a tutto tondo. Penso che sia una cosa fondamentale, per questo ho deciso di spaziare in vari ambiti artistici, che mi danno anche molta soddisfazione. Apprezzavo molto il genere del cabaret musicale già da bambina, anche sullo stile del “one man show”, cosa che vorrei inserire nel futuro delle mie attività artistiche. Qualche piccolo esperimento l’ho già fatto, ma vorrei ampliare la cosa in modo da creare spettacoli strutturati da poter portare in scena.
I cantautori italiani restano il mio punto di riferimento principale, scrivendo canzoni. Amo molto la musica classica, che ha costituito la mia formazione di musicista, e che eseguo tuttora. Però i secoli sono passati ed ogni genere musicale esprime messaggi ed emozioni. Oltre al mondo cantautorale, quello del pop melodico è il genere nel quale mi trovo più a mio agio. Un genere che, in effetti, lascia molto spazio alla varietà di stili di espressione musicale.
Quanto alla musica classica, l’esecuzione di brani scritti da autori di epoche anche molto distanti alla nostra attuale è per me uno stimolo enorme: in fondo, è un’attività simile a quella teatrale, perché ogni volta il musicista che esegue pezzi non suoi si deve immedesimare in chi li ha scritti, calarsi in quell’epoca, vivere e comunicare un linguaggio magari molto diverso dal suo contemporaneo. Come un buon attore, che diventa il personaggio, lo incarna. Questo non significa “essere finto”: recitare facendo proprio il personaggio significa fondersi con esso, non imitarlo ma viverlo. Ogni volta è un viaggio nel tempo e nello spazio, attraverso il teatro oppure la musica. Ogni compositore o compositrice ispira chi esegue i suoi brani.

Il tuo nuovo singolo, "Carezza", ha una genesi straordinaria: nasce da un'improvvisazione di un tuo allievo adolescente non vedente e dal rapporto speciale con la sorella. Di cosa parla esattamente il brano nella sua versione finale e cosa vuole trasmettere a chi lo ascolta?
“Carezza” è nata da un gioco che spesso propongo agli allievi: creare ritmi ed anche semplici melodie. Il mio allievo non vedente, che seguiva un percorso di attività musicale non pianistica, mi aveva infatti proposto di realizzare una melodia sul suo rapporto di fratello adolescente con la sorella, di qualche anno più grande. Prima il ritmo, poi una piccola linea melodica, poi una bozza di testo. Nel tempo, riflettendo su quanto sia importante un gesto semplice per riportare l’armonia, quella melodia si è sviluppata man mano.
Da quell’improvvisazione avevo iniziato a riflettere: a volte le parole sono superflue. Perché possono essere fraintese, perché vengono pronunciate per nascondere i sentimenti, oppure li portano all’estremo. Pensate ad un bambino: non è con lunghi discorsi che gli si insegna qualcosa, che gli si può essere d’esempio. Basta uno sguardo, un abbraccio, un movimento, per essere compresi e comunicare. Questo lo vivo sempre con i miei allievi più piccoli. La vera empatia è quella che non ha bisogno di parole, ma di comunicazione semplice. Una carezza la si può dare persino con gli occhi, a volte. Ecco cosa vuole trasmettere la mia canzone a chi la ascolta: dialogare profondamente con chi prova affetto autentico, anche senza parole. In questo modo si impara anche a dialogare autenticamente con sé stessi, ad accettarsi ed anche a volersi bene davvero. 

Al singolo si accompagna anche un videoclip ambientato in una giornata grigia, che si trasforma poi in una parentesi di luce. Ce ne vuoi parlare? Come si sposa questa narrazione visiva con la dolcezza e la determinazione della tua voce?
Il grigio è l’insieme di tutti i colori. Da una situazione plumbea, apparentemente immobile, può nascere una creatività inaspettata, che rimescola tutto e riporta fuori la moltitudine di sfumature colorate.
La voce è il nostro strumento ed è anche quello che ci rispecchia e ci mette a nudo, perché esterna ciò che siamo, se la lasciamo veramente libera di fluire. Quello che oggi si percepisce come determinazione, nella mia voce, è il frutto di un lavoro lungo e paziente su me stessa. Quella determinazione è ciò che è scaturito da rabbia, dolore, sofferenza, che si sono mescolati con affetto, sensibilità e calma. Un vissuto pesante, che ha mescolato e confuso tutti i colori in un grigio indefinito che era però in attesa di rinascere.
La vera forza è quella che riconosce nell’indefinito la possibilità di creare. La dolcezza non è debolezza, ma quello che guida naturalmente verso la comprensione viva. Determinazione e dolcezza: miracolo della musica, che è riuscita a creare la giusta alchimia!

"Carezza" segna un passo importante nel tuo percorso di inediti. Che progetti hai per il futuro? Ti vedremo presto impegnata in nuove produzioni teatrali o ci sono altri brani in arrivo?
Vorrei che a “Carezza” potessero seguire altre canzoni pubblicate. Ed un sogno nel cassetto che ho da tempo sarebbe quello di creare spettacoli che uniscano musica e teatro per immergersi in temi sui quali riflettere ed anche sorridere, con un po’ di ironia. Da bambina restavo incantata davanti ai lunghi spettacoli di cabaret. Sarebbe bene che tornasse attuale, questo tipo di spettacolo.
Nel frattempo, proseguo con gli spettacoli programmati dalla compagnia teatrale della quale faccio parte (Storie di Piazza), Per il momento non ho impegni specifici a lungo termine. 
Si possono fissare delle tappe per un cammino, ma non se ne può prevedere l’esatto svolgimento. Il “grigio” indefinito dal quale possono nascere infinite possibilità è anche questo, fa parte dell’attività di ogni artista.


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