Intervista alla pianista e compositrice Daniela Mastrandrea che ci racconta “Riflessi”

 

Un viaggio emozionale: così lei presenta il suo disco “Riflessi”. Qual è il viaggio che ha fatto questo album?
Un saluto a chi ci legge e grazie per l’invito a questa intervista. Effettivamente un album prima di arrivare al grande pubblico compie diverse tappe. Le più intuibili sono la stesura dei brani, l’esercitarsi e quindi la pratica, l’incisione, la produzione, la pubblicazione e la divulgazione. Ma ci sono delle sottocategorie di queste tappe. Una tra queste è il viaggio emotivo che un compositore compie prima di arrivare a scrivere un determinato brano. Accade qualcosa dentro che spinge chi scrive a farlo. Come una sorta di pulsione che arriva e che non puoi fermare. Le quattordici composizioni di quest’album sono quattordici stanze abitate da stati d’animo differenti. Quand’ero piccola mi piaceva immaginare che gli stati d’animo fossero stanze della nostra mente e che se volevo provare un sentimento piuttosto che un altro mi bastava cambiare stanza nella mia mente. Crescendo ho scoperto che quel meccanismo non è del tutto sbagliato, anzi, ho sentito da diversi “guru” di crescita personale che possiamo scegliere come agire e reagire, dipende tutto da noi ed è tutto nella nostra mente. Non siamo i nostri pensieri ma colui che li osserva. Siamo attraversati ogni giorno da molteplici stati d’animo e se ci lasciassimo andare ad essi saremmo come una nave in balia dei venti senza un capitano a bordo.
 
Daniela Mastrandrea, pianista e compositrice: ci racconta un po’ di lei, come si è avvicinata alla musica?
Devo essere sincera. Se amo scrivere è perché è nato dentro di me un bisogno. Il bisogno di esprimere ciò che non può essere espresso se non con la musica. Non ho mai chiesto di suonare il piano, anzi, non volevo nemmeno studiare ma la tenacia di mia madre ha avuto la meglio… e per fortuna!  Quando si è piccoli non si è nell’età di decidere e poi c’è sempre tempo per tornare indietro. Chiacchiere a parte, mia zia Ester mi ha accompagnato nella prima scuola di musica quando avevo cinque anni e ho fatto un anno di solfeggio. Mi sembrava un corso serale per adulti e in effetti lo era perché ero l’unica bambina messa in un angolo a fare le paginette di chiavi di violino e figure musicali. Chiaramente non volevo continuare. Dopo un anno è toccato a mia madre continuare l’opera e mi ha iscritta all’anno successivo chiedendo esplicitamente che io passassi al pianoforte. Da lì, un anno di “cadute”… e chi è musicista sa benissimo di cosa parlo! La mia insegnante, seduta accanto a me, sollevava il mio avambraccio per controllare se fossi rilassata e lo faceva cadere sul pianoforte. Dapprima “cadute” con tutta la mano, poi sulle singole dita che individuavo leggendo numeri su un foglio bianco invece che note. L’anno successivo finalmente mia madre cambia scuola e inizio a studiare con un maestro che una volta spiegato l’esercizio mi lascia in stanza a studiare. Insomma, senza portarla troppo per le lunghe, cambio diversi insegnanti e alla fine mia madre mi iscrive autonomamente al conservatorio, dove sostengo l’esame d’ammissione superandolo. Il mio primo approccio alla musica è stato attraverso il pianoforte ma la mia vocazione è la composizione. All’inizio non l’ho subito messa a fuoco. Avevo nove anni quando ho incominciato a scrivere i miei primi brani. Ma andando avanti, attraverso le numerose composizioni che ho scritto e le persone che ho incontrato sul mio percorso, ho capito che la mia strada è la composizione e il pianoforte solo un mezzo attraverso il quale esprimermi. In effetti, ho sempre provato amore per la musica, mai per il pianoforte in modo specifico.

E del suo percorso di studi c’è qualche episodio particolare che ci vuole raccontare?
Nel leggere questa domanda ho sorriso perché mi ha riportata alla mia preadolescenza. Avevo dieci anni quando ho iniziato a viaggiare. Frequentavo la scuola media annessa al Conservatorio a 30 km da casa. Prendevo l’autobus alle 7, quindi mi svegliavo molto presto la mattina, per raggiungere una classe di compagni provenienti da diverse parti di Puglia e Basilicata. Era divertente perché avevamo un pianoforte in classe e spesso ci divertivamo a suonare durante l’ora di ricreazione o quando qualche docente era assente. Credo sia stata una delle esperienze più formative viaggiare da sola con autobus e treni e frequentare compagni di classe di così diversa estrazione. Con loro e da loro ho imparato a suonare e improvvisare fin da subito. Lo studio è stato un valore aggiunto, ma si sa, l’esperienza sul campo è sicuramente più formativa. Già da allora mi divertivo a scrivere su software di notazione comprati in edicola perché allegati a riviste. Ho sempre amato sperimentare. Conservo ancora oggi una foto del 1994 che mi ritrae nell’auditorium del Conservatorio di Matera con i miei compagni di classe mentre eseguiamo una mia composizione. Ricordo ancora la mia faccia stupita quando una delle professoresse venne a chiamarmi dicendomi che avevano richiesto il bis.
 
Ritornando al disco “Riflessi”: come è nato questo album?
Riflessi è nato a cavallo tra il 2019 e il 2020. Ho sempre avuto questa caratteristica, sono particolarmente ispirata durante l’uscita di un album e in quel periodo stavo lavorando al mio quarto album Mondi Paralleli. C’è qualcosa di particolare nel momento in cui lancio un album. È come se qualcosa dentro me si liberasse e lasciasse spazio a ciò che sta per arrivare. Mi sento ispirata e più libera di esprimermi. Per ogni album che esce, ce n’è sempre uno nuovo in lavorazione. Anche adesso è così. Tra un paio di mesi ne uscirà uno che è già pronto e sto contestualmente lavorando ad un altro, anch’esso finito, si tratta solo di limarne i dettagli. Questo album, come gli altri del resto, nasce dai momenti della mia vita, dagli stati d’animo che mi attraversano. Due delle composizioni che sono contenute in Riflessi, ad esempio, sono nate dalla visione contemplativa di una fotografia. Altre da come mi sono sentita in particolari momenti. Di sicuro, questo album conclude un viaggio e sancisce l’inizio di uno nuovo.

 

H   Ho molto apprezzato il fatto che ha pubblicato i brani uno alla volta, ma concedendo del tempo tra una uscita e l’altra. Che ne pensa del tempo e dell’attesa? Secondo lei i giovani sanno ancora capirne il valore?
Q   Questa è davvero una bella domanda. Cominciamo col dire che la moneta più preziosa di oggi è l’attenzione. Siamo così ininterrottamente bombardati da essere sovraccarichi di informazioni. Il tempo e l’attesa sono concetti che non appartengono a questo tempo. Eppure in questo tempo esistono ancora persone che ne fanno propria la loro essenza. Non si spiegherebbe la crescita esponenziale che sta avendo la meditazione come disciplina. Durante il mio percorso di studi mi è stata spesso portata alla mente l’immagine del contadino che per poter raccogliere deve pazientemente seminare e, ancora più pazientemente, aspettare. Io però vengo dalla generazione dei “no”, una generazione in cui l’unico gioco era una agenda giornaliera con una penna all’interno sulla quale scarabocchiare. Oggi i ragazzi hanno tutto e non sempre ricevono dei no. È naturale che non tutti loro comprendano il valore del tempo e dell’attesa, virtù preziose attraverso le quali perseguire i propri obiettivi e ideali. 
 
Se potessi ascoltare un unico brano del suo album, quale dovrei ascoltare? Perché?
Questa è una domanda davvero molto difficile per me. È come se dovessi rinnegare dei momenti di vita vissuta in favore di altri. Ogni attimo della propria vita è prezioso e ho un rapporto così viscerale con le mie composizioni che anche la più insignificante, all’apparenza, è per me significante. Ciascuna nasce dallo stato d’animo specifico che mi abita in un determinato momento. Ne consegue che sarebbe davvero impossibile per me poter indicare anche solo uno dei miei brani, centoquarantacinque pubblicati a oggi.
 
Quali sono i suoi ascolti musicali?
Più che quali sono i miei ascolti musicali, direi quali sono stati i miei ascolti. Ho ascoltato moltissima musica durante la mia adolescenza: Rachmaninov, Brahms, Mozart, Chopin, ma anche Astor Piazzolla, Michel Legrand, Stephen Schlaks e Richard Clayderman. È soprattutto grazie a Stephen Schlaks e Richard Clayderman se ho imparato a scrivere la musica. Ricordo che a casa avevamo un vecchio mangianastri e la mia passione non era tanto quella di riprodurre al piano questi pianisti e le loro opere, quanto quella di trascriverle su carta. Ho sempre avuto una passione particolare per l’atto della scrittura in sé.
 
All’interno del suo percorso artistico e musicale ha avuto modo di esplorare vari generi e repertori. Oltre a quello classico, quale risulta a lei più congeniale?
Se dovessi dare una risposta così a secco, senza pensarci due volte, direi “tutti e nessuno”. Ho sempre suonato di tutto e avuto diverse band con cui esplorare i diversi generi, affiancando ovviamente gli studi classici e la loro letteratura. Col tempo, però, ho capito che anch’io avevo qualcosa da dire e che, così come i compositori del passato hanno detto la loro, anche io ho il dovere e la responsabilità di dire la mia. Ci vengono affidati i talenti per metterli a frutto e poiché la composizione ha preso sempre più piede nella mia vita, direi che il repertorio a me più congeniale è al momento la mia discografia.
 
So che è in uscita con un nuovo disco. Ci può svelare qualcosa a proposito di esso?
Duo, così si intitola il prossimo album, è un inno alla mia decennale amicizia con Michele Paternoster, contrabbassista. Da anni c’è una stima reciproca che va ben oltre la musica. Quello che ci lega è una miscela di emozioni che arricchiscono e donano leggerezza all’essere, nonostante la profondità. Le composizioni che animano l’album sono frutto dell’entusiasmo e della gioia che la nostra condivisione ci dona. Durante la mia adolescenza avevo scarabocchiato qua e là i temi che compongono Duo, suonandoli in formazioni come trio o quartetto. Questo inverno, parlando con Michele, mi si è accesa una lampadina: riprendere quei temi e dare loro dignità attraverso una veste che li calzasse a pennello e che desse loro un’identità ben precisa. Duo ha così iniziato a prendere forma in pochissimi mesi: dalla stesura delle partiture alle prove, dalle registrazioni alla grafica, fino a tutto ciò che ruota intorno alla realizzazione di un album. Duo rappresenta il sodalizio della nostra amicizia che si manifesta nel suo equivalente fisico. Determinante è stato il ruolo di Francesco Altieri, tecnico del suono, che da diverso tempo cura i miei lavori. Francesco rappresenta il mio braccio destro, la mia spalla per tutto ciò che concerne il suono.
 
Daniela, di quale messaggio vuole essere portatrice con la tua musica?
Ho iniziato a comporre perché non trovavo le parole per dire ciò che sentivo. Non le trovavo perché non esistono. Non tutto può essere espresso attraverso di esse. Per quanto io ami molto scrivere (sto adorando rispondere a quest’intervista), ci sono cose che non potranno mai essere espresse a parole. Perché la parola limita, la musica amplifica e crea spazi nell’anima. Per questo amo comporre, perché mi piace immaginarla, la musica. Inoltre, c’è chi sostiene che tutta la musica sia ormai già stata scritta, ma non è così e io lo constato ogni giorno attraverso le persone che mi seguono per emozionarsi a ogni mia composizione. Colgo l’occasione per ringraziare chi mi segue sui social e sui digital stores e che in questo momento sta leggendo. Grazie! La musica è vita, la musica parla, la musica trasforma.
 
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