In questa intervista per Fatti Musicali, l’artista racconta il percorso emotivo e interpretativo che ha dato forma a “Niente”, soffermandosi sul legame profondo tra voce, parola e fragilità condivisa.
Qual è stata la sensazione principale che ti ha accompagnata mentre registravi “Niente”?
La sensazione dominante è stata una sorta di quiete intensa e sospesa, in cui ero io ad ascoltare me stessa. Mentre registravo, avevo l’impressione di muovermi lentamente attraverso le mie emozioni per osservarle da vicino: non proprio tristezza, non proprio nostalgia o felicità, ma un equilibrio morbido tra tutte queste cose. È stato un momento per me molto intimo e prezioso.
C’è un momento del brano in cui ti sei sentita particolarmente in sintonia con ciò che stavi raccontando?
Sì, mi succede sempre nelle strofe.
Sono le parti in cui sento particolarmente la mia voce abbracciata stretta alle parole e viceversa, è lì che il dialogo si fa più diretto, più intimo: sono i momenti esatti in cui la mia esperienza e la mia musica coincidono perfettamente, in modo diretto e strettamente personale.
Quanto è stato naturale per te interpretare un’emozione così intima?
È stato naturale ma un momento delicato in un certo senso.
Le emozioni intime sono quelle più difficili da raccontare, da esporre e gestire, e su queste non si può mentire: se cerchi di controllarle troppo, si sente; se le lasci andare con forza, chi ascolta lo percepisce. Quando si toccano emozioni così vicine alla pelle bisogna lasciarle uscire senza forzarle, per ciò che sono realmente, e questo richiede sincerità e un po’ di coraggio. Però, una volta dato un nome al mio ‘niente’, presa la consapevolezza, ho sentito la mia verità appartenermi davvero, e allora interpretarla è diventato quasi un bisogno spontaneo e liberatorio.
In che modo cerchi di far arrivare al pubblico ciò che provi quando canti?
Quando canto mi sento come se tutte le emozioni che porto dentro trovassero un filo unico attraverso la voce. È una ricetta di liberazione, gioia e malinconia, un momento in cui mi sento esposta ma incredibilmente viva.
Vorrei trasferire proprio questa verità, vorrei raccontare della fragilità che diventa senso, respiro, connessione: vorrei che chi ascolta sentisse quel nodo allo stomaco sciogliersi, che per un attimo possa riconoscersi, sentire la solitudine diventare musica, trasformarsi in qualcosa di condiviso che ne sottolinei la bellezza dell’essere umani insieme.
Spero che “Niente” possa essere una calda carezza per chi si tiene tutto addosso, per chi tiene le parole tra le dita aspettando che scivolino via.

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