Il Socio Unico presenta “Muoviti”: introspezione, provocazione e synth-pop anni ’80


Con “Muoviti”, Il Socio Unico firma un nuovo capitolo del proprio percorso artistico, muovendosi tra introspezione e pulsioni dance. Il brano, costruito su un sound synth-pop anni ’80 arricchito da chitarre decise, nasce come una provocazione: muoversi, reagire, anche quando sembra non servire a nulla.
Nell’intervista per Fatti Musicali, il progetto racconta la genesi del singolo, il suo significato più profondo e il dialogo tra ombra interiore e ritmo ballabile, accompagnato da un videoclip dal taglio cinematografico che traduce in immagini la lotta con se stessi.

Ciao, benvenuti! Il Socio Unico nasce dopo esperienze tra l'Italia e Londra. Parlaci di voi e di come questa visione internazionale ha influenzato la vostra passione per la musica?
Ciao, grazie! Piacere Luca. Inizio dicendo che avendo collaborato con artisti non italiani, mi sono reso conto dell’uguaglianza di tutte le cose, come dice Rovelli in un suo libro. Anche se la lingua parlata è diversa, quella della musica si sviluppa con un linguaggio proprio, universale, probabilmente invariato nel tempo. Cambiano i generi e gli strumenti, ma il modo di comunicare resta lo stesso: semplice, quanto difficile da usare bene. Londra mi ha insegnato che le canzoni si scrivono da soli, nella propria cameretta, che sia a Los Angeles, Milano o Piazza Armerina. Solo dopo, grazie al lavoro con la band (Roberto La Monica, Andrea Farina) e alla nostra casa discografica Matilde Dischi, diventano qualcosa da poter condividere con il mondo.
 
"Muoviti, anche se non serve a niente" è un verso molto forte. Qual è il messaggio definitivo che volete lanciare a chi si sente bloccato nell'introspezione o nell'oblio?
Quando parli di introspezione, è difficile definirla un blocco: secondo me l’introspezione è già   movimento,   rappresenta   la   voglia   di   uscire   dall’oblio. La frase della canzone che citi, “Muoviti, anche se non serve a niente”, è una provocazione. Personalmente faccio fatica a comprendere la danza: la percepisco come un movimento senza uno scopo immediato, diverso da quello di un musicista, di uno sportivo o di chi compie un’azione finalizzata a creare o produrre qualcosa. Per questo, nel dire “muoviti anche se non serve a niente”, intendo il dualismo concettuale tra muoversi per ballare e muoversi per uscire da una situazione scomoda.

Il brano ha un'anima synth-pop anni '80 con chitarre decise. Quali sono i musicisti o le band che hanno ispirato maggiormente questo mix tra melodia e rabbia?
Non saprei, è stata un’evoluzione in realtà. Le canzoni che scriviamo partono sempre da una chitarra classica, con accordature aperte e qualche capotasto messo in modo sbagliato. L’arrangiamento si evolve sempre e non è mai una direzione prestabilita. Per cui faccio prima a dirti cosa sto ascoltando mentre sto scrivendo questa risposta: Captain Fantastic and the Brown Dirt Cowboy di Elton John, vinile del 1975.

Di cosa parla nello specifico "Muoviti" e come siete riusciti a far dialogare la parte oscura di noi stessi con un'atmosfera così ballabile?
Ho letto il libro e inizialmente Schopenhauer mi aveva anche convinto. Poi, però, per via di questa errata convinzione, il ritornello non funzionava, e solo grazie a Davide Maggioni, che  ci  ha  spinto  ad  andare  oltre,  abbiamo  trovato  la  soluzione. Abbiamo contraddetto il filosofo, rispondendo come alunni impertinenti al Maestro: non è giusto vivere da misantropi, bisogna saper affrontare la vita e le persone con rispetto e senza altezzosità. Per questo i ritornelli di Muoviti sono una risposta alle sue stesse strofe.

Il videoclip ha un taglio cinematografico e vede come protagonista un pugile, oltre alla partecipazione di Malcolm Lilley. Ce ne volete parlare? Come si lega la disciplina del ring alla battaglia interiore descritta nel brano?
Secondo noi è fondamentale completare il capitolo di un brano con un’opera audiovisiva. Anche se il videoclip non è tutelato dal diritto d’autore come la musica, per noi resta una parte essenziale del progetto artistico. I nostri video hanno sempre un taglio cinematografico e non si limitano a illustrare il testo: offrono piuttosto una lettura parallela, analoga e complementare alla canzone.
In questo caso il protagonista incarna il tema dell’emarginazione, mentre il pugilato diventa la metafora della risposta ai colpi duri della vita. Il ring rappresenta il luogo dello scontro interiore, dove non si combatte a caso ma seguendo una disciplina precisa, rispettando i tempi giusti per incassare e per reagire. Proprio come nella vita.
Abbiamo voluto coinvolgere Malcolm Lilley perché per noi è un vero maestro, uno di quelli difficili da compiacere. Come dice spesso lui, viene dalla generazione da cui tutti i musicisti moderni hanno, in un modo o nell’altro, preso ispirazione. Ogni volta che scriviamo un brano glielo facciamo ascoltare, cerchiamo di interpretare i suoi consigli e di adattarli alla nostra identità. Portare quelle vibrazioni anche nel videoclip ci è sembrato naturale e necessario.
 
Dopo il lancio di fine gennaio, che progetti avete per il futuro? Ci sono già nuove date o collaborazioni all'orizzonte?
Per ora non facciamo concerti dal vivo: il nostro percorso si concentra soprattutto sulla creazione e condivisione di un’idea musicale. Muoviti è solo il quinto singolo, quindi stiamo ancora definendo la nostra strada prima di salire sul palco. In futuro valuteremo festival e rassegne, ma evitiamo i concorsi, perché spesso generano rivalità inutili tra band e musicisti.
Nel frattempo abbiamo lavorato alla nostra prima cover, La cura di Franco Battiato, reinterpretandola in chiave più folk rock nello stile de “Il Socio unico”: sappiamo che toccare un maestro del genere può dividere la critica, ma Battiato amava le sperimentazioni e chi lo conosce davvero apprezzerà la nostra versione, in uscita tra qualche mese.
Parallelamente, stiamo preparando un nuovo brano originale (Houston abbiamo un problema) con la collaborazione di Guido Andreani alla produzione artistica e Matilde Dischi, come sempre, al supporto artistico e operativo (Davide Maggioni).

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