“Resto qui” di Sasà V: il nuovo singolo che racconta l’attesa e la solitudine condivisa


Con “Resto qui”, Sasà V firma un brano intimo e controcorrente, che sceglie di raccontare l’attesa e la permanenza emotiva in un’epoca dominata dalla velocità. Il singolo affronta temi universali come l’assenza, la solitudine e i legami che resistono nel tempo, parlando in modo diretto soprattutto alle nuove generazioni.

Attraverso una scrittura sincera e priva di filtri, Resto qui diventa uno spazio di riconoscimento e ascolto, dove la vulnerabilità non è un limite ma una risorsa. In questa intervista per Fatti Musicali, Sasà V riflette sul valore del restare, sull’importanza del dialogo con il pubblico e sul ruolo della musica nel rendere la solitudine un’esperienza condivisa.

Molti tuoi ascoltatori sono giovani: perché pensi che “Resto qui” stia parlando anche a loro?
Perché parla di emozioni che tutti, prima o poi, affrontiamo: l’assenza, la solitudine, il legame che non si spezza del tutto. I giovani spesso vivono sentimenti intensi e nuovi, e “Resto qui” dà voce a ciò che sentono ma non sempre sanno spiegare. È un modo per far capire che va bene restare, sentire e prendersi il tempo di capire se stessi

In un’epoca veloce, raccontare l’attesa è quasi controcorrente: è stata una scelta consapevole?
Sì, è stata assolutamente una scelta consapevole. Oggi tutto corre veloce, ma c’è ancora valore nel fermarsi, nell’abitare il silenzio e nel dare spazio alle emozioni. Raccontare l’attesa significa riscoprire la profondità dei sentimenti e mostrare che restare, anche in un tempo rapido, ha un senso

Quanto conta per te il dialogo diretto con chi ti segue sui social?
Conta tantissimo. I social per me non sono solo promozione, ma uno spazio di scambio reale. Lì non parlo solo di musica: faccio divulgazione, condivido le mie lotte contro bullismo, omofobia, razzismo e grassofobia, e aiuto tantissimi giovani. Con loro condivido anche momenti di vita: chi mi fa ascoltare come canta, chi mi manda disegni, chi mi mostra come suona uno strumento. È uno scambio che va oltre la musica e rende tutto quello che faccio ancora più 

Pensi che la musica possa aiutare a normalizzare la solitudine?
Sì, ne sono convinto. La musica ci insegna che sentirsi soli o vulnerabili non è una debolezza, ma un aspetto naturale della vita, e che la solitudine, se affrontata con consapevolezza, può trasformarsi in uno spazio prezioso per riflettere e crescere.

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