Attraverso una scrittura evocativa e un sound che unisce sensibilità cantautorale e ricerca contemporanea, l’artista costruisce un racconto generazionale, capace di intercettare le contraddizioni emotive di molti giovani oggi. In questa intervista, Rey ci accompagna dentro il processo creativo del brano, tra metafore brucianti, influenze musicali e l’urgenza di dare forma a ciò che si prova davvero.
“Acqua Ossigenata” nasce da un’immagine quasi disturbante: bere qualcosa che brucia. Quanto ti affascina trasformare emozioni dolorose in immagini forti?
Trasformare emozioni dolorose in immagini forti mi viene abbastanza naturale. Quando qualcosa mi fa male, difficilmente riesco a raccontarlo in modo diretto: ho bisogno di spostarlo, di tradurlo in qualcosa di più visivo, quasi fisico. L’idea di bere qualcosa che brucia nasce proprio da lì, dal tentativo di dare una forma concreta a una sensazione interna. È un modo per rendere quel dolore più comprensibile, ma anche più onesto.
Il brano parla di relazioni tossiche ma anche di bisogno di appartenenza: pensi che oggi molti ragazzi si riconoscano in questa contraddizione?
Penso che la contraddizione tra relazioni tossiche e bisogno di appartenenza sia estremamente attuale. Molti ragazzi si trovano a vivere legami che sanno non essere giusti, ma da cui fanno fatica a staccarsi. Non è solo dipendenza, è anche paura del vuoto, del non avere un punto di riferimento. Credo che questa ambivalenza sia qualcosa in cui è facile riconoscersi oggi.
Le tue reference vanno da Calcutta a The 1975: dove si incontrano queste influenze dentro il tuo sound?
Le mie influenze si incontrano soprattutto nell’equilibrio tra scrittura e suono. Da una parte c’è un approccio più diretto, quasi parlato, molto legato alla tradizione cantautorale italiana; dall’altra, una ricerca sonora più contemporanea, fatta di texture, synth, dinamiche che cambiano. È proprio in questo spazio che cerco di costruire il mio linguaggio: qualcosa che resti immediato, ma che abbia anche una sua identità sonora precisa.
Quanto conta per te la dimensione emotiva rispetto a quella tecnica quando scrivi una canzone?
Quando scrivo, la dimensione emotiva viene sempre prima. Se non sento davvero quello che sto facendo, difficilmente riesco ad andare avanti. La tecnica arriva dopo, come strumento per dare forma a quell’emozione nel modo più efficace possibile. Non le vedo in contrapposizione, ma in ordine: prima il bisogno di dire qualcosa, poi il modo giusto per dirlo.
Se dovessi descrivere “Acqua Ossigenata” con tre parole, quali sceglieresti?
Tre parole per “Acqua Ossigenata”? Direi: fragilità, appartenenza, ossigeno.
