Esiste un momento esatto in cui la consapevolezza bussa alla porta e ci costringe a fare i conti con le nostre passioni più autentiche. Per Tommaso quel momento ha preso la forma di una "febbre" creativa che, dopo oltre quindici anni di letargo artistico, lo ha spinto a svuotare i cassetti e a rimettersi in gioco, dimostrando che non è mai troppo tardi per esporre il proprio pensiero.
Con il suo nuovo singolo "Principesse perse", il cantautore traccia le coordinate di una "profondità accessibile": un pop elettronico modernissimo, curato nei minimi dettagli sonori, che sotto una veste ballabile e accattivante nasconde una lucida riflessione sulla perdita dei punti di riferimento e sulle divisioni della società odierna. Ad accompagnare il brano, un suggestivo videoclip girato nel teatro di Rapolano Terme che, tra scelte artistiche coraggiose e l'inevitabile capacità di problem-solving dell'indipendenza, trasforma la finzione scenica in pura verità.
Noi di Fatti Musicali abbiamo fatto una chiacchierata con lui per farci raccontare la genesi di questo progetto, l'equilibrio tra routine aziendale e urgenza di scrivere, e quegli obiettivi concreti – dall'autofinanziamento fino ai sogni più grandi – che muovono i suoi passi verso il futuro.
Ciao Tommaso, grazie di essere qui con noi. Il tuo percorso dimostra che non è mai troppo tardi per riprendere in mano le proprie passioni. Parlaci di te e di come la tua urgenza di scrivere ha superato i ritmi frenetici della vita aziendale.
Grazie a voi per lo spazio. Sono rimasto bloccato dentro me stesso, dietro una serie di scuse più o meno giustificate per anni. Poi si è sbloccato qualcosa e ho ritrovato la voglia di “esporre”, me stesso, il mio pensiero… e la mia musica. L’urgenza di tornare alla musica non ha “superato” la vita aziendale: ci convive. Scrivo nei ritagli, registro quando posso e gestisco il progetto musicale con la stessa pianificazione con cui gestirei un progetto di lavoro. La verità è che dopo oltre quindici anni di letargo artistico, in cui ho persino tenuto chiuso nel cassetto un album registrato nel 2011, mi sono reso conto che non esisteva nessuna ragione per continuare a rimandare. È un po’ il senso di “37 e mezzo”: a un certo punto la febbre della consapevolezza arriva, e ti tocca decidere cosa farne.
Tu dichiari di voler raccontare una "profondità accessibile". Qual è il messaggio principale che vuoi lanciare con la tua musica e a chi ti rivolgi in particolare?
Per “profondità accessibile” intendo qualcosa di molto semplice: si può dire qualcosa di importante senza rinunciare all’orecchiabilità.. Anzi, la memorabilità è la vera cassa di risonanza del messaggio: una canzone profonda che nessuno ricorda ha perso prima ancora di cominciare. Il messaggio che ho provato a far passare nell’ultimo brano può essere sintetizzato con: “Stiamo dimenticando ciò che ci unisce. Viviamo immersi in un meccanismo che cerca continuamente il contrasto, che esaspera le differenze e ci porta a schierarci anche quando non ce ne sarebbe bisogno”. Non penso che questo accada per caso: una società divisa è una società più facile da governare, perché non riesce a costruire un pensiero condiviso. Non mi rivolgo a una fascia anagrafica precisa: scrivo per chiunque, a qualunque età, senta il bisogno di ricordarsi che “siamo” molto più di quello che ci viene raccontato.
Il tuo stile unisce testi curati e ricchi di contrasti a un pop elettronico modernissimo. Quali musicisti o generi hanno ispirato nello specifico la costruzione sonora di questo nuovo corso?
Faccio sempre fatica a fissarmi su un unico modello. Se di recente ho citato Gino Paoli, è stato un omaggio alla sua scomparsa più che per una particolare influenza sul mio percorso. In questo momento sto facendo i “compiti” sulla nuova scuola, studiando i "giovani grandi": Ultimo, Olly, Alfa, Bresh, Jvli, … . Li sto osservando da vicino, quasi per decodificare la loro formula e "rubare" i loro trucchi del mestiere. Di Jvli in particolare mi affascina l’atteggiamento da produttore-autore che lavora con artisti diversissimi esaltandone l’identità invece di omologarli. Poi, sotto sotto, resta il cantautorato italiano classico: l’attenzione al testo, il piano di lettura nascosto, la cura della parola. Cambiano i vestiti sonori, ma quella spina dorsale lì non la lascio.
Entriamo nel vivo del nuovo singolo "Principesse perse": chi sono queste figure metaforiche, cosa rappresenta il loro "regno smarrito" e cosa vuoi trasmettere a chi si sente intrappolato nella routine quotidiana?
Facciamo subito uno spoiler partendo dalla fine: “Siamo Principesse Perse”. Quel “siamo” è il cuore di tutto. Non parlo di figure femminili: parlo di tutti noi, senza distinzioni. Nella storia le principesse erano spesso costrette a lasciare il proprio regno per costruirsi un futuro altrove, perdendo gli affetti ma trovando un trono. Oggi siamo principesse che si sono smarrite nel viaggio: lasciamo le nostre certezze e ci ritroviamo in una società che il trono non lo offre più. Quanti, anche laureati (“con allori”), si ritrovano con stipendi inadeguati alla sussistenza (“senza ori”)? Il “regno smarrito” è tutto questo, ma è anche qualcosa di più. È la difficoltà di trovare un terreno comune. Mi colpisce vedere come ogni argomento, oggi, diventi immediatamente un campo di battaglia: possibile che non ci sia mai nulla su cui essere d’accordo? Credo che alla fine questa divisione perenne sia funzionale a qualcuno, e che serva a indebolire il pensiero collettivo. Il messaggio che vorrei arrivasse a chi si sente intrappolato è semplice: la nobiltà d’animo non sta nella corona, sta nello scegliere di restare “principesse” anche quando la società ci spinge nella direzione opposta. E ci possiamo ballare sopra, anche per dimenticare “rabbia e veleno”.
Al singolo si accompagna un bellissimo videoclip girato nel teatro di Rapolano Terme dal regista Niccolò Lorini, dove una bambina attraversa le tappe della crescita e si sceglie di girare "al contrario", dando le spalle al pubblico. Ce ne vuoi parlare? È vero che dietro le quinte c'è stato anche un imprevisto "tecnico" risolto con un phon?
Il teatro è stato scelto perché ci permetteva di stipulare con lo spettatore un patto narrativo molto chiaro: quello che vedi è finzione, e la finzione qui serve a dire la verità. La bambina che attraversa banchi di scuola e scrivanie rappresenta la parte più pura, quella che si pone le domande senza ancora subire il peso delle risposte preconfezionate. La scelta di girare “al contrario”, dando le spalle al pubblico, è arrivata in corso d’opera quando ci siamo accorti che la fotografia con i palchi sullo sfondo era molto più potente. Ci abbiamo messo cinque secondi a decidere. Sull’aneddoto del phon: sì, è vero, è ormai diventato il simbolo non ufficiale di questa lavorazione, e mi sembra più interessante raccontare cosa rappresenta che ripetere la cronaca. Rappresenta il fatto che fare musica oggi, da indipendenti, significa accettare di lavorare con risorse limitate e di trasformare ogni imprevisto in un’occasione. Non è una posa romantica: è la condizione concreta in cui lavorano tantissimi artisti autoprodotti in Italia, e penso valga la pena dirlo senza nasconderlo.
Hai dichiarato che non vivi il successo come un'ossessione, ma punti a traguardi ambiziosi come l'autofinanziamento costante dei tuoi progetti, il palco di Sanremo o il disco d'oro. Che progetti e sfide hai nell'immediato futuro per far crescere la tua musica?
La sfida immediata è semplice da nominare e complicata da realizzare: continuare a far vivere “Principesse Perse” il più a lungo possibile su radio, piattaforme e social, e capire da lì quale sarà il prossimo singolo. Poi c’è l’obiettivo di fondo, che non cambia: arrivare ad autofinanziare la mia produzione in modo costante. Non è un sogno romantico, è una condizione molto pratica che permetterebbe alla mia musica di esistere senza dipendere dal tempo e dai soldi che riesco a sottrarre al resto della vita. Sanremo e il disco d’oro sono sogni che tengo accesi perché mi piace sognare e perché credo che i sogni siano lo stimolo più potente che abbiamo. Ma le tappe vere sono altre, più piccole, più misurabili: ogni passaggio radio in più, ogni ascoltatore che torna sulla canzone, ogni persona che mi scrive dicendo che si è ritrovata in quel “siamo”. La somma di queste cose, alla lunga, è quello che fa la differenza.

