Con “La tentazione di esistere”, i Varanasi proseguono il loro percorso artistico esplorando temi legati all’identità, al conflitto interiore e al rapporto tra l’individuo e ciò che lo circonda. Il brano si muove tra suggestioni post-punk e atmosfere shoegaze, costruendo un racconto sospeso e riflessivo che prende spunto da immagini letterarie e visive per trasformarsi in una riflessione più ampia sull’esistenza.
Anticipazione del nuovo album della band, il singolo rappresenta un ulteriore passo nell’evoluzione del progetto, con sonorità più tese, stratificate e avvolgenti rispetto al passato. In questa intervista i Varanasi raccontano la nascita del brano, il ruolo dell’introspezione nella scrittura, il lavoro collettivo all’interno della band e le differenze che caratterizzano il nuovo disco rispetto a Cattedrali per principianti.
“La tentazione di esistere” affronta il rapporto tra individuo e universo: pensate che oggi ci sia più bisogno di introspezione nella musica?
Non la metteremmo in termini di bisogno, quanto di possibilità, insieme con altre. La musica è multiforme e oltre all'introspezione ci sono anche altre componenti ugualmente importanti, come l'osservazione del mondo e l'immaginazione che esula dalla propria condizione. C'è anche spazio per la pura spensieratezza.
Il brano trasmette un senso di sospensione quasi cinematografico. Ci sono riferimenti visivi o artistici che vi hanno ispirato?
Per il testo tutto è partito da una scena di Watchmen di Alan Moore, che poi ha portato per vie traverse al titolo.
Quanto conta il lavoro collettivo all’interno della band nella costruzione di una canzone così stratificata?
Molto. Noi in genere abbiamo più fasi per arrivare al brano finito, che vanno dalla prima composizione, al ragionamento sui suoni, fino all'esecuzione per provare che tutto funzioni.
Le vostre influenze spaziano dal post-punk allo shoegaze: come riuscite a mantenere una vostra identità riconoscibile?
Be', questo dovrebbero dircelo di più gli ascoltatori :) Noi non abbiamo l'ossessione dell'identità, ci sentiamo abbastanza liberi; abbiamo dei gusti più o meno affini, per cui nel complesso anche se ci piace variare tra un pezzo e l'altro i dischi hanno una loro unità sonora.
La sofferenza raccontata nel brano non sembra distruttiva, ma trasformativa. È questo il messaggio principale?
In un certo senso sì, anche se alla base non c'è una volontà di trasmettere qualcosa di preciso, quanto più una rappresentazione di alcune visioni del mondo più o meno filosofiche, attraverso la messa in scena di una condizione.
In che modo il nuovo album rappresenta un’evoluzione rispetto a “Cattedrali per principianti”?
Dal punto di vista sonoro è un album più corposo e teso, a tratti più oscuro, a partire dalla scelta del brano di apertura e della copertina. Cattedrali per principianti inizia con un brano malinconico e disteso, mentre il nuovo album parte con un drone potente e avvolgente. È un album meno intimo del precedente, sul piano del racconto.

