Emanuele Tavano racconta “Grande”: “La musica deve lasciare un segno”


Per il nuovo singolo “Grande”, Emanuele Tavano sceglie di raccontarsi senza filtri, trasformando esperienze personali, fragilità e bisogno di autenticità in un brano che unisce energia rock e sensibilità pop. La canzone nasce come uno sfogo sincero ma si sviluppa soprattutto come ricerca di dialogo con gli ascoltatori, attraverso una scrittura diretta e profondamente legata al vissuto dell’artista. In questa intervista per Fatti Musicali, Emanuele Tavano parla del processo creativo dietro “Grande”, dell’importanza della sperimentazione musicale, del rapporto con il produttore Emanuele Proietti e della volontà di costruire, passo dopo passo, un legame reale con il pubblico. Tra riflessioni sulla musica contemporanea, autenticità e desiderio di lasciare un segno, emerge il ritratto di un artista che punta prima di tutto sulla verità delle proprie emozioni.

Qual è stata l’emozione dominante durante la scrittura di “Grande”?
“Ho avvertito più che altro soddisfazione nel perseguire lo sviluppo concreto della mia passione, come sempre. Nel caso in questione, tutto sommato il percorso è stato abbastanza lineare. E l’aggiunta del rock in simbiosi con il pop mi ha senza dubbio elettrizzato, poiché la sperimentazione è un qualcosa che mi rende energico non di rado”.
 
C’è stato un momento in cui hai pensato di non riuscire a completare il brano?
“Non direi e per tale ragione devo ringraziare il mio produttore artistico Emanuele Proietti, il quale mi assiste fornendo indicazioni preziose all’interno di uno studio di registrazione professionale ubicato in quel di Roma. Un positivo lavoro di squadra ha rappresentato la chiave per non smarrire facilmente la bussola, per quanto i processi creativi siano frastagliati e disomogenei in un primo momento e richiedano una quantità notevole di pazienza”. 

Quanto è stato liberatorio lavorare su questa canzone?
“Ho avvertito un senso di sfogo non indifferente esattamente come accaduto per la stesura di tutti gli altri brani accumulati finora. Il motivo è semplice e immediato: scrivo i miei testi con l’intento di lasciare un segno negli altri esseri umani e basandomi sulla mia esperienza di vita. Desidero che le canzoni a me appartenenti trasmettano sincerità ed autenticità, di conseguenza percepisco di frequente vicinanza tra il sottoscritto ed il termine ‘liberatorio’”. 

La musica per te è più sfogo o ricerca?
“La musica è uno strumento di ricerca che si può adoperare per creare un’impronta e smuovere le masse. Trattasi, inoltre, di una fonte di comunicazione potenzialmente incredibile, se sfruttata a dovere. Ragione per cui è davvero un peccato registrare al giorno d’oggi un livello di superficialità a tratti imbarazzante. Lo sfogo rimane, tuttavia adesso è in secondo piano rispetto all’Emanuele Tavano adolescente. Ora necessito di dialogare con gli ascoltatori cantando per generare una sana comunità”. 

Che tipo di reazione ti aspetti dal pubblico?
“Pacata ed incuriosita. Non penso all’esplosione dei numeri, anche se chiaramente le cifre non devono essere ignorate. Credo che il mio lavoro possa suscitare attenzione nei miei confronti ed è ciò che m’interessa maggiormente per ora. Voglio cominciare ad esistere musicalmente parlando. Il legame reale con gli ascoltatori subentra a piccoli passi, sforzandosi al massimo e concentrandosi sulle proprie verità. Il vero artista è un costruttore assai resistente e la reazione iniziale del pubblico conta fino ad un certo punto”. 

Cosa speri resti a chi ascolta il pezzo?
“Spero intanto che rimangano la melodia del brano, il mio nome ed il mio cognome. Non posso, invece, pretendere che il testo riesca fin da subito a spingere verso una riflessione, la quale si manifesta in una seconda fase. Il primo impatto è conferito sempre dall’emozione, nonostante ciò la cura del testo non dovrebbe mai venire meno. Le parole ripagano a distanza di mesi e/o anni”. 

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