Carmen Ferrante racconta il lato più fragile di “Amore Clandestino”

 


Con “Amore Clandestino”, Carmen Ferrante affronta il tema delle relazioni tossiche attraverso un racconto diretto, intimo e privo di filtri. Il singolo nasce da un’esperienza personale trasformata in musica solo dopo anni, quando il dolore ha lasciato spazio alla consapevolezza. Il risultato è un brano che mette a fuoco dipendenza affettiva, vulnerabilità e senso di colpa, senza cercare scorciatoie narrative o consolazioni facili.

Anche il videoclip amplifica questa dimensione emotiva, costruendo un immaginario claustrofobico dove la casa perde il suo significato rassicurante e si trasforma in una prigione emotiva. Tra assenza, desiderio e bisogno di restare, “Amore Clandestino” racconta il conflitto interiore di chi continua a restare legato a qualcosa che fa male, fino a trasformare quella ferita in memoria lucida e condivisa.
In questa intervista per Fatti Musicali, Carmen Ferrante parla del significato più profondo del brano, del videoclip e del percorso personale che l’ha portata a dare finalmente voce a questa storia.

Quanto è stato terapeutico scrivere “Amore Clandestino”?
In questo caso, e credo sia stata l'unica volta nella mia vita, la musica non mi ha aiutata a elaborare. La musica è stata uno sfogo. Non mi ha guarita in quel momento; ha solo fissato nel tempo quel dolore. 
Ho dovuto aspettare anni e prendere piena coscienza di ciò che era accaduto prima di avere il coraggio di riprendere in mano questo brano e pensare ad una produzione artistica. Questo perché all’epoca provavo vergogna: ogni volta che davo voce a quelle parole sapevo, nel profondo, che stavo sbagliando.

Il brano sembra parlare anche a chi resta, non solo a chi va via: era intenzionale?
Sì, assolutamente, ed è forse l'aspetto più intimo del pezzo. Il brano non è un dito puntato contro l'altro, ma è fondamentalmente un dialogo con la parte di me stessa che decideva, giorno dopo giorno, di restare intrappolata. È stata la fotografia del momento esatto in cui ho sancito da che parte stare, pur sapendo con lucidità che fosse la cosa più sbagliata per me.
Oggi, guardando indietro a quei giorni, ho deposto le armi: non riesco più a essere il giudice severo di me stessa. Piuttosto, questo brano mi spinge a riflettere sul potere immenso della mente umana e sui circuiti psicologici, spesso ingannevoli, che possono innescarsi quando siamo vulnerabili. Parla a chi resta perché io per prima sono rimasta, immobile, finché non ho capito come spezzare la catena.

Che tipo di immaginario volevi evocare nel videoclip? L’intimità fisica nel video è vista come fuga: quanto è centrale questo aspetto nel brano?
Insieme ai registi Raffaele Silvestri, Francesco Marullo e Maria Melandri, abbiamo dato corpo a quella prigione interiore descritta nel testo, scegliendo di lavorare sul paradosso della “casa”. Per chiunque, la casa rappresenta il nido, la cura, il luogo della sicurezza. Qui, invece, avviene l'esatto opposto: le mura domestiche diventano il perimetro di una prigione. È un rifugio che non protegge, ma isola dal mondo esterno e dagli “angeli” che potrebbero salvarci. Volevo che chi guardasse il video sentisse addosso quella stessa claustrofobia che provavo io: l'illusione di essere al sicuro in un luogo che, in realtà, ti sta lentamente togliendo l'aria. 
Le mura diventano teatro di un amore "nascosto", dove i due protagonisti possono incontrarsi lontano dagli sguardi di chi percepisce la pericolosità del loro legame. Il video mette in scena un'altalena emotiva logorante per la protagonista: la presenza emotiva ricercata nel partner contro l'assenza costantemente ricevuta, dunque il vuoto emotivo. L'unica e l'ultima frontiera illusoria del rapporto, resta l'atto fisico, che però è la matrice di una prigione scelta consapevolmente.

Qual è il verso a cui sei più legata?
“A te ho aperto il petto ed hai scavato dentro. Continui a farmi male ma continui a fare centro”.
Credo che in questa frase sia delineata la brutalità e il potere di una relazione tossica, che spesso si instaura tra un manipolatore e un dipendente affettivo. 
I manipolatori sono abili: ti studiano, ti spingono a metterti a nudo e poi ti risucchiano l’anima, perché sanno esattamente dove colpirti per tenerti legata a loro. E paradossalmente più ti fanno male e più continuano a mantenere quel legame velenoso con te. 

Cosa rappresenta oggi per te questa canzone?
Ad oggi posso definirla una “fotografia” di quel momento. Definisce un pezzo di vita vissuta, una parte di me che è stata e che non esiste più, ma nella quale molte persone possono riconoscersi e riflettere.

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